Il sorriso nonostante…

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Animo Onlus
Un sorriso è quello che ti accoglie, è quello che ti saluta, tradisce uno stato d’animo, sdrammatizza, aiuta ad orientarsi, ti facilita la comunicazione, un sorriso è sinonimo di allegria.
Non sempre, il sorriso a volte è l’espressione vera di un popolo, la sintesi più assoluta dei sentimenti, può essere una moneta di scambio, l’unica che si ha in tasca, l’unica priva di prezzo, può nascondere insicurezze o gioie profonde ma è comunque un sorriso: non ha colori, non ha idiomi, è l’unico linguaggio universale, è lo stesso da Roma a New York, da Singapore a Rio, da Tokio a Ouagadougou.
Ha significati diversi questo è vero.
Vederlo sulla bocca di un ragazzo benestante e felice è quasi un’abitudine (o almeno dovrebbe esserlo!)… vederlo scintillare sulla bocca carnosa di un bimbo nero nerissimo di Yako fa tutto un altro effetto, credetemi.

E’ da qui che tutto nasce, da questi sorrisi a denti bianchi bianchissimi, che riflettono su una pelle nera come la notte, gli occhi che brillano di una luce sconosciuta, e tu che devi girarti per forza, l’attenzione richiamata come ci fosse una calamita, ecco si…il sorriso diventa calamita. Tutto nasce da questo, perché è il sorriso sincero e profondo dei bambini di Yako che ci ha portato fino a questa terra lontana, dimenticata un pò da tutti, perché priva di interessi economici, presente in nessuna rotta di mercato, senza alcuna meta turistica, senza mare, senza montagne, senza strutture, senza possibilità di crescita reale (almeno a breve termine)…una terra dimenticata e disillusa ma con un’enorme risorsa…migliaia e migliaia di bambini, armati solo dei propri sorrisi che dalla loro hanno il diritto di provarci, di provare a crescere, di provare a far qualcosa di concreto, di importante..o solamente di tentare di coltivare un sogno, in questa che anche se dimenticata e disillusa è la loro Madre Terra.
Di quei sorrisi ci siamo innamorati a migliaia di km di distanza e quei sorrisi ci aprono la strada quando ancora un pò scossi e sudaticci varchiamo il cancello malandato dell’orfanotrofio Wend Mib Tiri di Yako – Burkina Faso – Africa .
Li troviamo lì sul pavimento antistante il dormitorio, tutti seduti, sistemati e pronti ad accoglierci, come in un dipinto di Matisse, vestiti colorati appartenuti a chissà quale bambino di chissà quale parte del primo mondo, lo sguardo di chi non sa cosa l’aspetta, l’attesa negli occhi di chi non vede l’ora di lasciarsi andare al primo vero, profondo, sincero sorriso. E così qualcuno rompe gli indugi, inizia un girotondo, le voci si fanno più chiassose, i bambini si lasciano coinvolgere, noi ci lasciamo alle spalle i nostri pensieri troppo strutturati e seri, iniziamo ad intonare le canzoncine dei nostri bambini, nella nostra lingua, le mani si sfiorano, il contatto c’è stato. Le risate aumentano. Finalmente siamo arrivati.

Ti trovi di punto in bianco a stabilire un contatto molto intimo con i bambini…nessuno ti chiede se tu sia pronto o no, non c’è tempo non si può..pronti via c’è da visitarli, le dottoresse allestiscono un piccolo ambulatorio da campo, l’odore del disinfettante ti arriva impietoso nelle narici, un buco al muro e la bilancia è appesa, si comincia. E allora via di corsa a caricare secchi d’acqua per lavare i bambini, per lavarli tutti, per far vedere alle donne che li accudiscono che investire qualche minuto in più per la pulizia e l’igiene dei piccoli è importante quanto dargli da mangiare, che strofinare il sapone su quelle pance gonfie e dure, sciacquare bene le parti intime e cambiare l’acqua ogni tanto, non sono gesti inutili di chi l’acqua è abituato a sprecarla, bensì precauzioni per prevenire le inevitabili migliaia di infezioni. Ed è lì che ci scorrono davanti uno per volta tutti i bambini dell’orfanotrofio, i più piccoli che piangono e cerchi in tutti i modi di consolarli, i più grandi che ti aiutano, che collaborano e che negli occhi lasciano trasparire una fierezza mai immaginata. Sono bambini, non ci devono ingannare le immagini che li vedono ritratti in lavori manuali, anche pesanti, carichi di secchi di acqua, a distribuire da mangiare ai più piccoli, a trainare l’asino, a domare le pecore..sono bambini e lo riconosci dalle risate chiassose al primo giro di altalena, dall’ insistenza a volerti salire in braccio ad ogni costo, dalla voglia profonda di tenerti la mano, di addormentarsi sulla tua spalla. Sono bambini ai quali è stato negato forse il primo sacrosanto diritto ad esserlo, l’affetto, il rifugio, l’abbraccio, la comprensione, elementi che solo una mamma può dare, ma loro questa mamma non ce l’hanno….ma sorridono anche nonostante questo.

Pian piano che passano i giorni all’orfanotrofio si conoscono sempre meglio i bambini, ci si affeziona al primo che ti tira il pantalone o la gonna, al primo che ti cerca per giocare, al primo col quale dividi un biscotto. L’obiettivo è praticare l’allegria, lo slogan risuona anche impresso col gesso bianco sul muro dei nostri alloggi, non è difficile farlo e l’aiuto arriva proprio dai bambini, Victorien, Armand, Claire, Nadia sono i piu grandi e sono i primi a seguirci nei giochi, ad aiutarci nei lavori improvvisandosi validi assistenti, i primi che sperimentano i nuovi giochi. Noi ci appoggiamo a loro, sono loro che chiamiamo per coinvolgere gli altri, per condividere questa nuova, passeggera realtà che per un pò gli regalerà la possibilità di essere protagonisti ogni giorno, in fondo siamo qui per loro e loro questo lo sanno.
Ogni bambino nasconde una storia, ogni storia suscita emozioni, la maggior parte delle volte sono storie tristi, di abbandoni forzati, di amore negato, una comunità ancorata a tradizioni tribali che non riesce ad accettare le “diversità”, un albino non è figlio di Dio, la nascita di due gemelli non è cosa buona, il figlio di una mamma malata è figlio del diavolo, il risultato di un incesto è inammissibile, e via dicendo… ce ne sarebbero a centinaia di storie da raccontare, storie di una realtà che fa a cazzotti con la nostra, di una comunità che mette al margine i propri figli. E’ così che si riempiono gli orfanotrofi, è così che se qualcuno viene mosso da spirito benevolo e crea una struttura che possa accogliere gli “scansati” viene a sua volta vista con occhio malevolo. Non possiamo farci nulla, è la terra in cui si nasce a dettare le regole, a noi non spettano giudizi di valore ma solo la pura e semplice presa di coscienza della realtà. Mamma Africa è anche questo. Può essere spietatamente ostile con i propri figli.
E ancora li vedi sorridere, senza chiedere nulla in cambio, donarti il più sincero dei gesti, il più puro dei regali, e ti ritrovi a far lo stesso, a ridare un senso all’allegria, a dargli un valore, a scoprire che nel gioco si cresce, a sentirti importante, a ringraziarli di averti riportato a dormire per terra, a usare l’acqua come fosse una risorsa senza sprecarne la minima goccia, a fare l’occhiolino alla luna, a emozionarti nel veder volare un aquilone.

di Emiliano Giacinti

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