Burkina Faso, alla ricerca del tempo perduto

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Animo Onlus
L’Africa ti avvolge come gli abbracci istintivi che le mamme riservano ai loro figli davanti ai quali ti viene naturale affidarti e arrenderti. E così è stato per me e il gruppo di volontari che ha partecipato nel settembre appena trascorso al progetto umanitario a favore dei bambini dell’orfanotrofio di Yako nel Burkina Faso, del quale VoiceOver è parte integrante.
Una volta atterrati nella capitale Ouagadougou mi è bastato salire su un taxi in sette per strade polverose in mezzo a un formicaio umano che si sposta con ogni mezzo per scoprire di essere arrivato in un altro mondo, di trovarmi avviluppato appunto tra le braccia di Mamma Africa.
Mi sono accorto di questa diversità soprattutto quando ci siamo spostati a Yako, a circa 100 km dalla capitale dove l’Africa vera, quella incontaminata, ti viene addosso senza chiederti il permesso. Il villaggio è un perfetto presepe in stile batik. Hai la sensazione di vivere un viaggio a ritroso nel tempo e ti rievocano che sei a loro contemporaneo solamente vecchi motorini rumorosi, poche auto scassate, le migliaia di telefonini nelle mani di colore nero della gente e le maglie dei club europei di calcio indossati dai più giovani.

Ai lati di strade polverose di terra di un rosso accesso quando rischiarate dal sole inciampi nella vita degli uomini che abitano qui. In mezzo ad una vegetazione esuberante e rigogliosa con alberi pieni di foglie di un verde intenso, quasi innaturale, incontri gente che si muove in continuazione con carrettini trainati da muli, biciclette piene di sacchi, carriole con sopra terra o legna. Non è inusuale che gli uomini camminino scalzi quasi per non perdere il contatto con la Madre Terra. Tutto avviene fuori a case per lo più simili a baracche realizzate con mattoni fangosi e tetti in paglia o lamiera. Si lavora, si cucina, si socializza in strada. Solo l’amore è dispensato in pubblico. Ma credo se ne faccia tanto vista la grande quantità di figli che si aggirano in gruppetti per le vie di Yako. I negozi vendono ogni cosa e a volte in maniera bizzarra. Puoi trovare il gommista che vende polli cotti su improbabili braci, il sarto che ti offre tra i vestiti sapone a scaglie, il barista che vende bevande salmastre insieme a bottiglie di gasolio.
In questa colorata atmosfera le mie narici sono invase da un odore di legna bruciata mischiato a vampate di tanfo, provenienti dall’immondizia sparsa per terra quasi a simbolo della povertà del posto.
La vita degli abitanti di Yako è ritmata dalle leggi della natura, dalla luce del sole e dal ritmo delle stagioni. Gli uomini si alzano presto la mattina in cerca di fortuna che altro non è che la ricerca di un lavoro giornaliero, sono poche le persone che hanno una professione stabile. Si lavora prevalentemente nei campi e la paga giornaliera è molto spesso solamente il pasto che il datore di lavoro ti concede comprendendo anche la famiglia al seguito. Una volta arrivata la sera, si va a dormire attendendo un nuovo sole per ricominciare il giorno dopo allo stesso modo. La stessa danza per tutta la vita. Davanti a questa realtà a me nuova e ingenuamente bucolica, i miei occhi non possono che sorridere e le mie mani salutare questi nostri fratelli che a loro volta contraccambiano calorosamente perché qui si usa così.

È innegabile la percezione di visitare un paese povero mentre con la nostra jeep passiamo tra le strade del villaggio. Lo senti nelle viscere che stai attraversando un luogo che conosce ogni giorno fame, malattie e sofferenze inaudite, dove è molto facile cadere sulla morte mentre sei distratto ad osservare la vita che scorre lenta, scandita dal ritmo del sole. Ed è una sensazione che fa male e che ti fa provare impotenza. Cosi come disarmano le pance dure come le pietre dei bambini malnutriti e sporchi che incontri per strada o negli orfanotrofi. Ma nello stesso tempo sei rassicurato dai visi delle persone che sono sereni e fieri perché pienamente assorbiti in una dimensione naturale che li accompagnerà per tutta l’esistenza.
L’errore più grande che si può commettere davanti a questa loro diversità è giudicare con le nostre categorie valoriali, con la nostra prosopopea occidentale. C’è bisogno di rispetto per questa loro vita che è semplicemente “altra”, né diversa né inferiore.
La via verso la felicità in Burkina Faso è legata indissolubilmente al soddisfacimento dei bisogni primari: fisiologici e di sicurezza personale e parentale. La qualità della vita non è certo misurata sull’asse temporale anche perché qui la morte non è esorcizzata ma è parte integrante del brutale gioco del vivere.
A differenza delle società a capitalismo avanzato, l’Africa ti dà la possibilità di intravvedere con maggiore chiarezza la struttura e le radici della nostra esistenza, il senso profondo del nostro cammino nel mondo essendo la sua cultura per lo più scevra di sovrastrutture consumistiche, di bisogni secondari che siano essi affettivi, relazionali o d’affermazione del sé nei quali invece noi nuotiamo a volte perdendoci.

Questa terra arsa dal sole mi si è presentata come l’altra parte della luna, quel tempo perduto delle nostre esistenze che le società in cui viviamo in occidente hanno saputo solamente celare ma non cancellare del tutto essendo esso stesso parte di noi. L’Africa è un termine di paragone, una cartina di tornasole sulle degenerazioni del nostro sistema economico e sociale. Una spina nel fianco da eludere perché rappresenta ciò che saremmo potuti essere se il nostro progresso fosse rimasto in qualche modo legato alla tradizione contadina, al contatto con la natura come auspicava Pierpaolo Pasolini nella sua denuncia contro il consumismo quale massimo responsabile della distruzione di un mondo «reale», trasformato in una totale «irrealtà». Un “mondo antico” che ti porta a riflettere sui concetti di benessere, consumo, crescita e tecnologia che per noi occidentali sono naturali e gratuiti come lo scorrere dei fiumi. E invece come afferma Michele Serra “questa credenza in cui si basa tutto il nostro quotidiano, tutta la nostra politica è scientificamente assurda, irrazionale come la più arcaica delle superstizioni”. E per di più, rende “scelleratamente occulti i costi, i guasti, i rischi di un sviluppo che poggia, invece, su un prelievo sempre più massiccio e scriteriato di risorse limitate”.
Di fronte al precipizio morale ed economico noi occidentali dalla pancia piena abbiamo paradossalmente molto da imparare da questo ossimoro che è il popolo africano: affamato e appagato nello stesso tempo. L’Africa è un cammino nell’anima, uno stato mentale nuovo che acquisisci e che inesorabilmente ti cambia perché scopri ciò che ti manca. Ma queste considerazioni non possono esimerci dalle nostre responsabilità. Le distorsioni del nostro sistema produttivo e le sofferenze sovrastrutturali che viviamo e che sono il pane di psicanalisti e di sciamani con partita iva fortunatamente non giocano a dadi con la morte. Per questo motivo abbiamo il dovere morale di aiutare questi popoli che soffrono materialmente. Deve essere solo questo l’imperativo categorico che ci anima e porta ad impegnarci per la loro emancipazione. Ma sia chiaro, deve essere un aiuto non intrusivo, non colonizzatore. Sarebbe altrimenti un crimine. Si rischierebbe di affondare uno degli ultimi luoghi in armonia con la natura, forse l’ultimo pezzo di terra ancora non invaso dal fumo grigio dell’omologazione di massa e dal magma informe della più moderna globalizzazione.

di Gianfranco Marcucci

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