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Animo

23 MAGGIO 2012- COOP FEMMINILE DI TANGHIN DASSOURI

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Siamo carichi ed animati al punto giusto, alla fine è il primo vero progetto di Animo. Finanziare la Cooperativa femminile di Tanghin Dassouri per poter permettere loro di iniziare a produrre sapone, per il villaggio, per la comunità e per poterlo vendere al mercato. Arriviamo in un piccolo villaggio a 35 km dalla capitale. Ad attenderci una decina di donne di tutte le età, vestite con gli abiti migliori per l’occasione. attendiamo l’arrivo della responsabile ed inizia il cerimoniale. Seduti in circolo sotto una pagoda di legno, Sama ci introduce e spiega loro chi siamo e cosa vogliamo fare. Sguardi curiosi ci scrutano e noi guardiamo queste donne negli occhi, una fierezza silenziosa traspare di loro sguardi, finalmente potranno mettersi a lavoro, potranno rendersi utili. Gli immancabili bambini ci girano attorno e aspettano il momento giusto per l’approccio. Le donne continuano la spiegazione di come utilizzeranno i fondi da noi donati, acquisto di materie prime, di macchinari, delle forme per il sapone..e poi l’acquisto di uno stampo da riprodurre sulla saponetta: ANIMO – Tanghin Dassouri. Nell’applauso scrosciante delle donne il primo progetto è andato ci rimettiamo in macchina col cuore pieno e con un’enorme voglia di fare.

MISSIONE ANIMO BURKINA FASO – Il Buon viaggio del presidente

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Associazione Animo torna a SUD! L’emozione di chi parte è forte come quella di chi resta. In questi mesi abbiamo lavorato alla grande oltre ogni aspettativa. La partecipazione delle persone vicine ai nostri progetti è stata incredibile. Il …progetto della scuola di Yerba Peulh (9.000 €) è stato realizzato con estrema velocità. Le bomboniere solidali stanno riscuotendo ottimi risultati. Il gruppo associativo si allarga giorno dopo giorno. Stanno per partire nuovi progetti nelle scuole del territorio, ci stiamo adoperando per far partire le adozioni a distanza. E’ quasi pronto il progetto di microcredito con una cooperativa di donne del Burkina Faso. Insomma stiamo crescendo. E tutto questo grazie a voi che ci state vicino e che ci sostenete ogni volta che mettiamo in atto le nostre iniziative. La spedizione che sta partendo in queste ore avrà un calendario ricco d’impegni. Tornerà nell’orfanotrofio di Yako per controllare il PROGETTO MISOLA (progetto di animo – natale 2011), sarà ospite della comunità di Yerba Peulh e in quell’occasione verrà dato l’inizio ai lavori di ristrutturazione della scuola. Incontrerà la cooperativa femminile di Tanghin Dussouri, che produce sapone, per far partire il progetto di microcredito. Visiterà l’orfanotrofio di Sissin nella capitale per organizzare le adozioni a distanza. Farà un sopralluogo a Bassi e Zanga per constatare i reali giovamenti che quelle popolazioni hanno ricevuto con la costruzione di una diga. Si recherà a Pilimpincou per conoscere la comunità locale e per parlare del progetto della diga che ANIMO vorrebbe realizzare in quella zona. Farà visita alla comunità di Siny e controllerà i lavori di costruzione della scuola (progetto di Bambini nel deserto). E poi incontrerà l’Africa con le sue contraddizioni e con il suo fascino, con i suoi odori e con i suoi colori. La spedizione formata da Emiliano Giacinti Sara Candelletta Alessia Lana e Maria Adelaide Navarra si appresta a dar inizio al viaggio che come sempre accade sarà anche un’esperienza personale, una nuova tappa del loro Cammino individuale. Da presidente dell’Associazione sono convinto che sarà nel ritorno l’inizio del loro vero viaggio. Torneranno e saranno diversi. Torneranno con la consapevolezza che esiste un’altra parte della luna che non ha solo bisogno solo di prendere ma che vuole dare tanto anche noi. L’energia che avranno al ritorno sarà nuova benzina per il motore dell’Associazione. Una benzina potente, pulita e colorata. Che profumerà d’Africa.

Gianfranco Marcucci

L’ANIMO poggiato alla luna

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Animo Onlus
C’è una brezza pungente stasera il vento ti entra nelle narici quasi con violenza e lascia che l’odore salino del mare risvegli ricordi, sensazioni, immagini. C’è il rumore del mare che accompagna i miei giorni e da questo rumore, l’ho compreso subito, non puoi più fuggire. Vedo il ragazzo africano ripiegare le sue coperte, il vento complica l’operazione., s’intrufola tra le pieghe di quei tessuti colorati e lui sembra giocare con un aquilone: l’Africa, la terra rossa assetata, ormai è un chiodo fisso. L’Africa che si sente anche se è silenziosa, l’Africa nera e nuda la terra d’origine la madre terra la terra che riconsegna, rigenera e riequilibra, la terra che stordisce e fa piegare le ginocchia ma non fa mai abbassare la testa. La terra degli occhi neri, lucidi e umidi del suo popolo, occhi d’ebano che hanno dentro il segreto della sopravvivenza, l’indotto del sacrificio e la forza della speranza. L’Africa che sorride.

Mi è entrata dentro l’Africa e alzo gli occhi perché la mia luna è la stessa che può vedere la mia “sorella maggiore” che in questo momento è lì, la ragazzina col ciuffo che ha avuto paura ma è andata avanti comunque e già so che ritornerà con occhi diversi. In quella terra ha sentito il cielo più vicino e ha sentito una mano afferrarla e condurla come può fare… non so, un padre che porta per mano sua figlia.

E poi penso alla donna guerriera nella terra nera dove la forza vera sono le donne: quelle che mandano avanti la società, quelle che portano un figlio in grembo e un altro sulla schiena con in testa il raccolto del giorno. Sarà arrivata gridando e avrà alzato un polverone rosso con quel suo passo deciso e poderoso, avrà organizzato i campi, avrà detto mille volte “non la possiamo accettare questa fame, questo disagio”, lei che la vita l’ha presa di petto per necessità, lei che poi alla fine avrà sicuramente pianto e col suo pianto avrà innaffiato una terra arida ma non persa.

E immagino il sorriso dolce della ragazza che mi ha promesso che avrebbe registrato tutto col cuore e non con la testa, che i suoi occhi questa cosa te la lasciano intuire subito senza bisogno di specificare. Avrà scattato foto, avrà chiesto a se stessa perché il mondo a volte sembra andare alla rovescia. Avrà sentito odori, visto colori, riconosciuto facce lì dove un sorriso riporta subito il cuore all’equilibrio giusto, avrà dispensato abbracci e guardato la gente fissa negli occhi come a rubare un po’ d’anima.

E se lui che in Africa non va, ma torna, chissà se avrà ritrovato ciò che aveva depositato su quella terra battuta, se avrà ritrovato i suoi piccoli abbracci, se l’Africa l’avrà riconosciuto e gli sarà stata riconoscente, se l’emozione di un lavoro umanitario portato a termine sia equiparabile alle emozioni occidentali, chissà se poi venendo via abbia confessato a questa terra ormai adottata quanto lei gli sta ridando indietro, quanta emozione, quanta energia.

Ecco, stasera la luna crea un ponte tra la mia casa e l’Africa ed improvvisamente nessuno è più solo. Ciò che sento so di non sentirlo solo io, perché in fondo la ricerca dell’Animo non è altro che la ricerca di un obiettivo da condividere e, se trovi questa strada, sarà l’Animo a riportarti sempre a casa, ovunque essa sia!

di Nadia Belotti

ANIMO IN BURKINA FASO – Partenza il 21 Maggio

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Si parte.
Si è vero, è proprio così.
Il 21 maggio quattro di noi voleranno alla volta del Burkina Faso.
Saranno dieci giorni intensi, fitti di appuntamenti, incontri e iniziative.
Daremo il via ai lavori della Scuola di Yerba Peulh, incontreremo le donne della Cooperativa femminile di Tanghin Dussouri che grazie al nostro aiuto inizieranno a produrre sapone, nell’Orfanotrofio Wend Mib Tiri di Yako controlleremo la situazione dei bambini e lo stato dell’ordine della Misola, visiteremo l’Orfanotrofio di Sissin, a Bassi Zanga raccoglieremo le testimonianze della comunità sui giovamenti ricevuti dalla costruzione della Diga, a Pilimpincou faremo un sopralluogo al sito destinato alla Diga (progetto da finanziare). Incontreremo la referente di BND per organizzare la distribuzione del latte in polvere che attraverso un container faremo arrivare in Burkina entro la fine di Giugno (progetto in collaborazione con Laafi Labumbu Onlus e BND). Troveremo il sito adatto in capitale per costruire il campo sportivo da intitolare al nostro piccolo Tiziano.
C’è tanto da fare…ma insieme ce la faremo…e torneremo con altri mille progetti da portare avanti.. Animo!

ANIMO torna a SUD! Al via la seconda spedizione di Animo

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Animo Onlus
ANIMO torna a SUD! L’emozione di chi parte è forte come quella di chi resta.
In questi mesi abbiamo lavorato alla grande oltre ogni aspettativa. La partecipazione delle persone vicine ai nostri progetti è stata incredibile. Il progetto della scuola di Yerba Peulh (9.000 €) è stato realizzato con estrema velocità. Le bomboniere solidali stanno riscuotendo ottimi risultati. Il gruppo associativo si
allarga giorno dopo giorno. Stanno per partire nuovi progetti nelle scuole del territorio, ci stiamo adoperando per far partire le adozioni a distanza. E’ quasi pronto il progetto di microcredito con una cooperativa di donne del Burkina Faso. Insomma stiamo crescendo. E tutto questo grazie a voi che ci state vicino e che ci sostenete ogni volta che mettiamo in atto le nostre iniziative.
La spedizione che sta partendo in queste ore avrà un calendario ricco d’impegni. Tornerà nell’orfanotrofio di Yako per controllare il PROGETTO MISOLA (progetto di animo – natale 2011), sarà ospite della comunità di Yerba Peulh e in quell’occasione verrà dato l’inizio ai lavori di ristrutturazione della scuola. Incontrerà la cooperativa femminile di Tanghin Dussouri, che produce sapone, per far partire il progetto di microcredito. Visiterà l’orfanotrofio di Sissin nella capitale per organizzare le adozioni a distanza. Farà un sopralluogo a Bassi e Zanga per constatare i reali giovamenti che quelle popolazioni hanno ricevuto con la costruzione di una diga. Si recherà a Pilimpincou per conoscere la comunità locale e per parlare del progetto della diga che ANIMO vorrebbe realizzare in quella zona. Farà visita alla comunità di Siny e controllerà i lavori di costruzione della scuola (progetto di Bambini nel deserto).
E poi incontrerà l’Africa con le sue contraddizioni e con il suo fascino, con i suoi odori e con i suoi colori. 
La spedizione formata da Emiliano Giacinti Sara Candelletta Alessia Lana e Maria Adelaide Navarra si appresta a dar inizio al viaggio che come sempre accade sarà anche un’esperienza personale, una nuova tappa del loro Cammino individuale. Da presidente dell’Associazione sono convinto che sarà nel ritorno l’inizio del loro vero viaggio. Torneranno e saranno diversi. Torneranno con la consapevolezza che esiste un’altra parte della luna che non ha solo bisogno di prendere ma che vuole dare tanto anche noi. L’energia che avranno al ritorno sarà nuova benzina per il motore dell’Associazione. Una benzina potente, pulita e colorata. Che profumerà d’Africa.
Buon ritorno a SUD (come dice Battiato in “giubbe rosse”)… e ANIMO!

Gianfranco Marcucci

La mia Africa è nel volto di Salif

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La mia Africa è nel volto di Salif, il ragazzo bambino che lavora come operaio tuttofare nell’orfanotrofio. In mezzo ai tanti bambini rumorosi e impegnativi che hanno accompagnato le nostre giornate a Yako quel viso schivo e operoso, poteva passare inosservato ma se lo guardavi bene capivi che rappresentava il futuro di molti di quei bambini che abbiamo incontrato in giro nelle strade del Burkina Faso. Salif ha 13 anni è in quella fase della vita che da noi si chiama adolescenza ma a Yako è già considerato un adulto in tutti i sensi. Lavora in continuazione. Arriva in orfanotrofio quando il sole è ancora flebile, nel chiaroscuro che separa il giorno dalla notte e da subito inizia a lavorare. Si occupa dei piccoli appezzamenti di terreno all’interno dell’orfanotrofio coltivati a miglio e cipolle. Vanga, zappa, sdradica la malerba, non annaffia perché ci pensa la pioggia essendo questa la stagione e poi si sposta per governare le cinque capre dell’orfanotrofio. E poi sistema la legna, gira la ruota del pozzo, aiuta a trasportare i secchi d’acqua. Insomma non si ferma mai fino a sera con il sole appena tramontato quando riprende il suo carretto trainato da un mulo che lo riporta a casa. L’unica pausa che fa è a pranzo quando appartato in un angolo mangia con le mani voracemente il pasto dell’orfanotrofio, quel pasto che lo sfama e che rappresenta la sua paga giornaliera. Come accade per la maggior parte delle persone che lavorano qui.

In quest’altra parte della luna Salif è considerato un uomo ma il suo sguardo quando osserva gli altri bambini intenti a giocare tradisce il ruolo che la comunità gli ha affidato. Porta avanti il suo lavoro con dedizione, con competenza e sembra quasi con convinzione. Ma quando lo vedi costruire l’altalena insieme a Cesare, uno dei volontari del nostro gruppo, cogli immediatamente la voglia di stare dall’altra parte. È uno di quei desideri che nasce da dentro e che seppur uno cerca di contenerlo dentro di sé gli occhi fanno intravvedere quello sconquasso nell’anima, quell’istinto fanciullesco, insito dentro di lui, che gli ordina di buttare tutti gli altri strumenti di lavoro e salire su quel pezzo rettangolare di legno legato a due corde e spingere con i piedi a terra fino a lasciarsi andare in alto, per scendere e poi risalire, dondolarsi nell’aria per sentirsi chissà un uccello, un aereo, un supereroe, o più semplicemente un bambino che gioca.

Ma non lo fa, gli hanno detto che lui è un uomo. Lo si vede chiaramente che rimarrà in lui quel senso di impotenza, di auto castrazione. Tocca le corde dell’altalena come se fossero le trecce di una donna, con una smania che disarma. Lo guardo, mi guarda. È una frazione di secondo. E aiutandomi con un gesto della mano rompo gli indugi: “vai Salif, fatti un giro!”. Le mie parole sono per lui un dono inaspettato calato dal cielo. Sale velocemente sull’altalena e si lascia andare. Su e giù. Stop. Scende e spalanca la bocca mostrando i denti bianchi. Sorride come un bambino, anzi sorride perché è ancora bambino. Ma poi si ricompone e torna ad essere uomo, come è normale che sia qui a Yako.

di Gianfranco Marcucci

La guerra silenziosa – Il racconto dei due Medici in spedizione con noi

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Animo Onlus
Quando la vita e la professione ti danno l’opportunità di fare un’esperienza unica e così importante per la tua crescita e il tuo futuro, non puoi che condividerla con chi, per cultura e sensibilità si domanda cosa realmente accada in un paese povero e difficile dall’altra parte del mondo. Per questo vogliamo raccontarvi quanto coinvolgente sia stata la nostra avventura, quella di due medici italiani, in un orfanotrofio a Yako in Burkinia Faso in uno dei paesi più poveri del mondo.

Detto fatto. Eccoci in Africa insieme ad altri nove compagni di viaggio. Che dire, l’ansia e la preoccupazione per quello che abbiamo deciso di fare ci assale ma siamo convinte che anche una goccia nel deserto è importante e quindi armate di tutte le buone intenzioni superiamo i dubbi e paure che ci pervadono.
Il nostro viaggio che inizia a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, ci dà l’immediata consapevolezza della devastante povertà in cui versa quello che è considerato uno dei paesi più poveri al mondo. Le strade non conoscono asfalto, la terra rossa delle strade è un tutt’uno con le misere case fatte di fango, le macchine sono poche e malridotte mentre motorini e biciclette imperversano sulle strade.
Con trepidazione e curiosità visitiamo l’ospedale Saint Camille ed in particolare l’ambulatorio pediatrico che ci mette subito in contatto un una realtà durissima: la sanità è tutta a carico del paziente e quindi se hai i soldi per pagarti visite, farmaci e ricoveri potrai essere curato altrimenti sarai, come dire, spacciato. Ci ritroviamo quindi, grazie all’ospitalità delle suore infermiere, a visitare con loro i bimbi e tra una parassitosi, un attacco di malaria, la grave malnutrizione, ci rendiamo conto che quel bimbo di 18 mesi investito da un motorino, non potrà mai giovarsi di una radiografia alla gamba e del gesso da mettere in un altro ospedale (la sua gambina è fratturata) se non grazie alla nostra fortunosa presenza (solo il corrispettivo di 10 euro). E allora il cuore si stringe nel vedere il volto fiero e dignitoso di quella mamma che con il volto segnato da fame e sofferenza mille volte ci ringrazia.
Noi occidentali siamo certamente maestri di norme igieniche ed efficienza che sentiamo di dover trasmettere al popolo africano per rendere la loro vita migliore, ma quanto abbiamo da imparare in termine di dignità, altruismo, generosità!

Le infermiere ci hanno confermato che quasi il 50% della popolazione vive in uno stato di povertà e che non è in grado di soddisfare nemmeno i bisogni fondamentali. La grave malnutrizione è uno dei problemi emergenti che riguarda circa il 30% dei bambini con meno di 5 anni che si trovano in condizioni di sottoalimentazione cronica. Il tasso di mortalità infantile è molto elevato nei bimbi prima dei 5 anni che a causa delle gravi condizioni di defedamento fisico più facilmente si ammalano di malaria, dissenteria, parassitosi intestinali e infezioni broncopolmonari.
Anche le donne in età fertile sono vittime di un cronico deficit energetico da malnutrizione e. ogni anno, oltre 2000 donne muoiono in Burkina Faso per complicazioni legate alla gravidanza e al parto perchè non possono raggiungere le strutture mediche in grado di curarle, o perché vi arrivano troppo tardi. Molte muoiono perchè i loro familiari non possono pagare l’ospedale. Altre muoiono a causa delle carenze di sangue, farmaci, attrezzature o personale medico qualificato.
Dopo la breve sosta nella capitale ripartiamo per la nostra meta finale: Yako, destinazione l’orfanotrofio WEND-MIB-TIRI ( che vuol dire: Dio sa che loro ci sono). I pochi orfanotrofi sono pieni perché molti sono i bambini che ogni giorno vengono abbandonati ( per la morte dei genitori o per l’ impossibilità a sfamarli).
A WEND-MIB-TIRI ci sono trenta bimbi, tre di 7, 8 e 9 anni, ma la maggioranza ha tra i 7 mesi e i 4 anni
La povertà e la miseria qui è anche maggiore che nella capitale. Il loro pasto quotidiano è riso, mais , miglio e talvolta un po’ di pesce essiccato e questi bimbi possono addirittura ritenersi fortunati perché, a differenza di quelli che si trovano fuori dall’orfanotrofio, essi, all’ora dei pasti, trovano sempre qualcosa da mangiare.

Troviamo bambini con grossi pancioni e occhi bellissimi, ma tristi che, con il passare dei giorni della nostra permanenza, lasciano il posto a sguardi luminosi, grandi abbracci e sorrisi spensierati.
Il nostro compito, in ambito sanitario prevede la valutazione clinica e nutrizionale dei 30 bambini presenti nell’orfanotrofio. E così improvvisando un ambulatorio da campo, abbiamo visitato , valutato peso, altezza, circonferenza del braccio, eseguito un elettrocardiogramma, (e poi…giocato con loro) al fine di ricondurre le caratteristiche fisiche dei bimbi a tabelle elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla malnutrizione.
Soltanto due bimbi si trovano in buone condizioni di nutrizione, tutti gli altri mostrano gradi variabili di malnutrizione e tre hanno mostrato grave denutrizione.
E’ per questo che alla nostra partenza abbiamo organizzato un programma di rialimentazione per i bambini più fragili, acquistando la misola un composto costituito da legumi e cereali con un contenuto di aminoacidi simile a quello delle proteine animali (farine di miglio, soia, arachidi, ferro e vitamine complesse). La denutrizione rende questi bimbi particolarmente fragili e facilmente esposti a malattie per il deficit di difese immunitarie. L’alta mortalità di questi bambini ci riporta al dato inquietante che colloca il Burkina Faso al 174° posto su 177 paesi censiti.
La vita di questo popolo è una guerra continua contro la fame e per la sopravvivenza quotidiana , una guerra silenziosa senza i clamori o i rumori squassanti delle armi da fuoco, una guerra chiusa nei confini dei villaggi che non esce dal burkina o dai confini dell’africa, troppo silenziosa per essere percepita dai popoli dell’occidente e che continua a mietere continuamente vittime fragili, donne e bambini dimenticati e volutamente ignorati.

di Dott.ssa Assunta Santonati e Dott.ssa Nadia Fraone

Conto alla rovescia

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Animo Onlus

Sembrava tutto così lontano e invece tra poco si parte.
Era l’inizio dell’anno quando, durante una visita medica, la dottoressa Nadia mi chiese del mio recente viaggio in Burkina Faso, dove da qualche tempo seguo le sorti di un orfanotrofio di cui vi ho accennato qualcosa nel precedente numero, cercando di renderlo un luogo un poco più ospitale e un poco più dignitoso.
Non sempre ne parlo a cuore aperto, perché so che non tutti sono disposti ad ascoltare storie drammatiche.
Ma quel giorno ho raccontato molto, con la disperazione di chi si sente impotente davanti al dolore, con la caparbietà di chi non vuole arrendersi e si aggrappa ad ogni filo di speranza.
Ho parlato delle inesistenti condizioni igieniche, dello spettro della malnutrizione – e di conseguenza della morte – della disgrazia di non avere l’abbraccio di una mamma laddove anche nascere e sopravvivere è assai difficile.
Avevo anche le foto dei piccoli. I dolci bambini dell’orfanotrofio di Yako. Fotografie senza alcun valore artistico, certo; ma quei visetti riuscivano ugualmente a togliere il fiato per la bellezza dei lineamenti, la profondità dello sguardo, la tristezza e il senso di solitudine che trasmettevano.
“Quando pensi di tornare?”, chiese Nadia. “Non so ancora. Devo progettare tutto. Trovare fondi, inventarmi qualcosa per non tornare a mani vuote”. “Settembre?”, insistette lei. “Potrebbe, perché no?”, risposi. E lei di rimando: “Bene, facciamo settembre. Vengo con te.”. Subito dopo Elena, la giovane assistente che assistette alla scena, si inserì di getto nel nostro dialogo: “Vengo anch’io”. Tutto così, su due piedi.
Parlo di questa magnifica cosa che mi è capitata con gli amici, con le persone che piano piano si sono avvicinate a questa realtà e ora mi sostengono.
“Vengo anch’io”, dice Cesare. “Anch’io”, dice Luciano. “Anche noi”, dicono Gianfranco ed Emiliano, coerenti con il loro progetto iniziato qualche mese prima proprio a favore dei bambini di Yako.
E poi ancora si aggiungono Assunta e Daniela, Alfredo e Gina.
Ed eccoci qua, inaspettatamente, in un batter d’occhio, seguendo l’istinto.
Undici persone che non si conoscevano e che all’improvviso decidono di intraprendere un viaggio per amore dei bambini visti in fotografia.
Undici persone che si affidano l’una all’altra e seguono un ideale in comune: spendere un po’ del loro tempo (ed anche dei loro soldi, visto che non godiamo di finanziamenti) a favore di chi non riesce a vivere una vita degna di questo nome.
Non sarà facile catapultarsi in un mondo così diverso, così immobile nel tempo. Ma io percepisco la grande forza che ci muove.
Abbiamo subito avviato i nostri incontri e il programma che ne è uscito è senza dubbio ambizioso. Porteremo e monteremo due pannelli fotovoltaici in grado di fornire un po’ di luce, almeno se qualche piccolo ha bisogno di cure durante la notte (che lì durante tutto l’anno comincia alle sei del pomeriggio e termina alle sei del mattino). Faremo lavori di manutenzione, metteremo zanzariere alle finestre, costruiremo altalene ed altri giochi perché questi bambini abbiano degli stimoli, studieremo la possibilità di piantare qualche albero, sia per sfruttarne l’ombra sia per poter cogliere dei frutti. Terremo un semplice breve corso di cucito ed anche di gestione dell’orfanotrofio. Ma soprattutto terremo un corso igienico-sanitario (anche con l’aiuto di disegni), aperto non solo alle donne che lavorano nella struttura ma a tutte le donne del villaggio che lo vorranno, perché siamo consapevoli che se le donne acquisiranno determinati concetti, saranno in grado di cambiare le sorti della loro comunità.

Tutti i bambini verranno visitati e schedati, di modo che si possa controllare il loro sviluppo. È stato organizzato, inoltre, un progetto di “telemedicina”, in collegamento con l’ospedale San Giovanni di Roma, affinché tutti i bimbi possano ricevere un elettrocardiogramma ed una consultazione cardiologia.
Un bel programma, insomma, di cui vado fiera.
Ed ecco cominciato il conto alla rovescia. Ormai manca davvero poco, il 5 settembre si parte per quest’avventura.
Un’avventura che speriamo riuscirà a cambiare qualcosa nella vita dei bambini dell’orfanotrofio e delle donne che, malgrado le condizioni, tentano di gestirlo e magari migliorare le condizioni di tutta la comunità.
Un’avventura che sicuramente cambierà le NOSTRE vite.
Ai miei compagni di avventura, grazie per questo viaggio insieme.

di Emiliano Giacinti

Voice Over nel continente nero… con Animo tra i bambini di Yako

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Animo Onlus

Una pezzo di VoiceOver è in partenza. Non sta andando in vacanza, quella è già stata fatta in agosto, piuttosto è pronto per un’esperienza diversa. La destinazione è il Burkina Faso, più precisamente l’orfanotrofio di Yako. Il fine di questa avventura è la realizzazione di un progetto umanitario a carattere sanitario e socio ricreativo per i bambini ospiti della comunità.

Questa storia è iniziata un anno fa, esattamente in questo periodo, quando il destino ci ha riservato un incontro importante di quelli che ti cambiano perché ti iniettano dentro una nuova consapevolezza mescolata a quel sentimento nobile chiamato: speranza. Era una sera di settembre quando conoscemmo Rita Leorato, che da tempo è impegnata direttamente nello sviluppo di questo orfanotrofio collocato in uno dei paesi più poveri del mondo. Non servirono molte parole, bastarono pochi racconti sulle condizioni di vita dei bambini e qualche foto per capire che la sua esperienza sul campo meritava un aiuto concreto, un nostro impegno disinteressato.
Di lì a breve, anche grazie all’aiuto dell’Associazione Animo, realizzammo nel periodo natalizio un calendario di cui il ricavato è andato interamente per l’acquisto di lettini per i bambini di Yako. Ma l’impegno in questa iniziativa benefica a distanza non riuscì a sanare la nostra spinta partecipativa e davanti all’invito da parte di Rita di prendere parte a un progetto umanitario direttamente in loco, le nostra risposta fu un “si” semplice e diretto. Senza condizioni.

Ora che il viaggio si avvicina e le valigie sono quasi colme, lo spirito che ci anima è controverso. Noi andremo lì sicuramente per aiutare. Il gruppo che parte con noi composto anche da due medici ha predisposto un interessante programma sanitario e la realizzazione di spazi ricreativi per i bambini. Ma questo nostro piccolo sforzo a tempo determinato è sufficiente? Ci siamo promessi che la nostra opera non sarà all’insegna del paternalismo e dell’esibito aiuto, che riscatta la coscienza di noi uomini ricchi del pianeta. Ma questo presupposto non cambia la sostanza: il nostro lavoro lì non sarà sufficiente. Bisognerà continuare a lavorare per l’Africa anche quando ritorneremo in Italia.

Seppur il nostro contributo umano non sarà proporzionato al bisogno di quelle popolazioni, questo viaggio aiuterà sicuramente noi che partiamo. Ci aiuterà soprattutto per capire meglio la realtà africana: affamata e appagata nello stesso tempo. Un vero e proprio ossimoro se ci si riflette bene.
Le foto dei bambini e delle operatrici locali dell’orfanotrofio che ci sono passate sotto agli occhi nella preparazione al viaggio che ci guardavano serenamente davanti alla miseria che li circondava non hanno fatto che accentuare questa contraddizione semantica. Come può la vita (espressa in quegli sguardi quieti) convivere con la morte (manifestata nella mancanza di cibo, nelle malattie, nelle insufficienti condizioni igieniche)? Cosa non riusciamo a cogliere di quel mondo? Cosa ci sfugge a noi uomini dalla pancia piena? Questo viaggio sono convinto ci aiuterà a rispondere a questi interrogativi, diventate ormai spine piantate nella nostra pelle bianca.

Siamo pronti, Africa arriviamo per aiutare e nello stesso tempo per comprendere qualcosa in più di te. In questo scambio impari sarai quasi sicuramente tu a darci qualcosa in più! Ma questo potremmo saperlo con certezza solo al nostro ritorno quando attraverso un reportage dettagliato vi racconteremo la nostra esperienza e chi ha aiutato chi.

Buon cammino e buona fortuna.

di Gianfranco Marcucci e Emiliano Giacinti