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Animo

Centro di formazione tessile a Silzougou

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silzougou
Il progetto riguarda un corso di formazione per 25 donne del comune di Silzougou nella tecnica di tintura del filo e di tessitura a due pedali. Il corso, della durata di 14 giorni, verterà sull’apprendimento di tecniche di tintura del filo di cotone, tessitura semplice e tessitura a due pedali. Questa formazione permetterà alle donne di intraprendere un’attività generatrice di reddito, contribuendo a un significativo miglioramento delle loro condizioni di vita, oltre che allo sviluppo umano durevole della comunità.
Questi i contenuti della formazione: pre-trattamento della materia prima; tintura con coloranti naturali e allo zolfo; trattamento post-tintura; tessitura propriamente detta.

OBIETTIVI:
Oltre a dare un’istruzione funzionale di base che potrà promuovere uno sviluppo culturale ed economico, tale progetto consentirà la formazione professionale e la promozione di attività generatrici di reddito, migliorando le condizioni di vita delle famiglie; la produzione e la commercializzazione di tessuti lavorati a mano, incrementa il livello di sicurezza economica e sociale delle donne e delle loro famiglie, consentendo l’accesso all’autoimprenditoria.

BENEFICIARI DIRETTI:
le 25 donne che parteciperanno al corso di formazione.
BENEFICIARI INDIRETTI:
le famiglie delle 25 donne e l’intera comunità di Silzougou.
COSTO TOTALE DEL PROGETTO: 6.700,00 €

La scuola di Bagarè

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bagare_scuola
Il progetto completo prevede la costruzione di una scuola dotata di tre classi, di un magazzino e di un alloggio per il direttore, per consentire l’accesso agli studi primari (elementari) per i bambini del villaggio di Tanghin. Dal punto di vista strutturale si provvederà per prima cosa alla realizzazione di un’adeguata struttura scolastica, composta di tre aule, un magazzino e una cucina.
In questo particolare contesto si potrà beneficiare del fatto che detta struttura rientra già nei piani ministeriali dello stato, e di fatto gli insegnanti vi sono già stati assegnati. La presenza di una struttura, soprattutto in quanto corredata da una mensa scolastica che garantirà un pasto agli allievi, fungerà già da incentivo significativo per le famiglie. I fondi OPM richiesti riguardano la prima fase del progetto, ossia la costruzione della struttura scolastica comprendente le tre classi.

OBIETTIVI:
L’obiettivo generale di questo progetto è il miglioramento delle condizioni di vita sociali, economiche e culturali della popolazione rurale di Tanghin (Bagaré), grazie in particolare all’incentivazione ed al sostegno della scolarizzazione. L’obiettivo specifico del progetto è l’aumento della frequenza scolastica primaria delle bambine e dei bambini del villaggio di Tanghin (almeno il 75% dei bambini in età scolare presenti nel villaggio e il 90% degli iscritti).

BENEFICIARI DIRETTI: i bambini dai 6 ai 12 anni del villaggio di Tanghin (Bagaré).
BENEFICIARI INDIRETTI: le famiglie dei bambini e l’intera comunità di Tanghin (Bagaré).

COSTO TOTALE DEL PROGETTO: 26.827,78 €

Vino in Acqua

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Trasformare il vino in acqua non è un miracolo, ma al contrario un progetto molto concreto per cambiare la vita a migliaia di bambini e migliorare l’immagine del vino italiano.
L’idea è molto semplice: basta una percentuale minima sulla vendita di ogni bottiglia di vino per costruire nuovi pozzi e portare l’acqua a centinaia di comunità africane con le quali siamo in contatto ogni giorno.

Il Vino in Acqua di Bambini nel Deserto vuole andare e va oltre… Non un solo paese, ma intervenendo in tutti i paesi della banda saheliana in cui la carenza d’acqua è un dramma quotidiano.

Chiunque produce vino puó diventare partner del progetto con un’offerta di sua libera scelta che sarà utilizzata per la realizzazione di un pozzo (completamente o parzialmente); questo prenderà il nome della casa vinicola che ha contribuito alla sua realizzazione; completamente o parzialmente.

Per ogni altra informazione, fai riferimento al sito del progetto www.vinoinacqua.org o a quello di Bambini nel Deserto.

Il sorriso nonostante…

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Animo Onlus
Un sorriso è quello che ti accoglie, è quello che ti saluta, tradisce uno stato d’animo, sdrammatizza, aiuta ad orientarsi, ti facilita la comunicazione, un sorriso è sinonimo di allegria.
Non sempre, il sorriso a volte è l’espressione vera di un popolo, la sintesi più assoluta dei sentimenti, può essere una moneta di scambio, l’unica che si ha in tasca, l’unica priva di prezzo, può nascondere insicurezze o gioie profonde ma è comunque un sorriso: non ha colori, non ha idiomi, è l’unico linguaggio universale, è lo stesso da Roma a New York, da Singapore a Rio, da Tokio a Ouagadougou.
Ha significati diversi questo è vero.
Vederlo sulla bocca di un ragazzo benestante e felice è quasi un’abitudine (o almeno dovrebbe esserlo!)… vederlo scintillare sulla bocca carnosa di un bimbo nero nerissimo di Yako fa tutto un altro effetto, credetemi.

E’ da qui che tutto nasce, da questi sorrisi a denti bianchi bianchissimi, che riflettono su una pelle nera come la notte, gli occhi che brillano di una luce sconosciuta, e tu che devi girarti per forza, l’attenzione richiamata come ci fosse una calamita, ecco si…il sorriso diventa calamita. Tutto nasce da questo, perché è il sorriso sincero e profondo dei bambini di Yako che ci ha portato fino a questa terra lontana, dimenticata un pò da tutti, perché priva di interessi economici, presente in nessuna rotta di mercato, senza alcuna meta turistica, senza mare, senza montagne, senza strutture, senza possibilità di crescita reale (almeno a breve termine)…una terra dimenticata e disillusa ma con un’enorme risorsa…migliaia e migliaia di bambini, armati solo dei propri sorrisi che dalla loro hanno il diritto di provarci, di provare a crescere, di provare a far qualcosa di concreto, di importante..o solamente di tentare di coltivare un sogno, in questa che anche se dimenticata e disillusa è la loro Madre Terra.
Di quei sorrisi ci siamo innamorati a migliaia di km di distanza e quei sorrisi ci aprono la strada quando ancora un pò scossi e sudaticci varchiamo il cancello malandato dell’orfanotrofio Wend Mib Tiri di Yako – Burkina Faso – Africa .
Li troviamo lì sul pavimento antistante il dormitorio, tutti seduti, sistemati e pronti ad accoglierci, come in un dipinto di Matisse, vestiti colorati appartenuti a chissà quale bambino di chissà quale parte del primo mondo, lo sguardo di chi non sa cosa l’aspetta, l’attesa negli occhi di chi non vede l’ora di lasciarsi andare al primo vero, profondo, sincero sorriso. E così qualcuno rompe gli indugi, inizia un girotondo, le voci si fanno più chiassose, i bambini si lasciano coinvolgere, noi ci lasciamo alle spalle i nostri pensieri troppo strutturati e seri, iniziamo ad intonare le canzoncine dei nostri bambini, nella nostra lingua, le mani si sfiorano, il contatto c’è stato. Le risate aumentano. Finalmente siamo arrivati.

Ti trovi di punto in bianco a stabilire un contatto molto intimo con i bambini…nessuno ti chiede se tu sia pronto o no, non c’è tempo non si può..pronti via c’è da visitarli, le dottoresse allestiscono un piccolo ambulatorio da campo, l’odore del disinfettante ti arriva impietoso nelle narici, un buco al muro e la bilancia è appesa, si comincia. E allora via di corsa a caricare secchi d’acqua per lavare i bambini, per lavarli tutti, per far vedere alle donne che li accudiscono che investire qualche minuto in più per la pulizia e l’igiene dei piccoli è importante quanto dargli da mangiare, che strofinare il sapone su quelle pance gonfie e dure, sciacquare bene le parti intime e cambiare l’acqua ogni tanto, non sono gesti inutili di chi l’acqua è abituato a sprecarla, bensì precauzioni per prevenire le inevitabili migliaia di infezioni. Ed è lì che ci scorrono davanti uno per volta tutti i bambini dell’orfanotrofio, i più piccoli che piangono e cerchi in tutti i modi di consolarli, i più grandi che ti aiutano, che collaborano e che negli occhi lasciano trasparire una fierezza mai immaginata. Sono bambini, non ci devono ingannare le immagini che li vedono ritratti in lavori manuali, anche pesanti, carichi di secchi di acqua, a distribuire da mangiare ai più piccoli, a trainare l’asino, a domare le pecore..sono bambini e lo riconosci dalle risate chiassose al primo giro di altalena, dall’ insistenza a volerti salire in braccio ad ogni costo, dalla voglia profonda di tenerti la mano, di addormentarsi sulla tua spalla. Sono bambini ai quali è stato negato forse il primo sacrosanto diritto ad esserlo, l’affetto, il rifugio, l’abbraccio, la comprensione, elementi che solo una mamma può dare, ma loro questa mamma non ce l’hanno….ma sorridono anche nonostante questo.

Pian piano che passano i giorni all’orfanotrofio si conoscono sempre meglio i bambini, ci si affeziona al primo che ti tira il pantalone o la gonna, al primo che ti cerca per giocare, al primo col quale dividi un biscotto. L’obiettivo è praticare l’allegria, lo slogan risuona anche impresso col gesso bianco sul muro dei nostri alloggi, non è difficile farlo e l’aiuto arriva proprio dai bambini, Victorien, Armand, Claire, Nadia sono i piu grandi e sono i primi a seguirci nei giochi, ad aiutarci nei lavori improvvisandosi validi assistenti, i primi che sperimentano i nuovi giochi. Noi ci appoggiamo a loro, sono loro che chiamiamo per coinvolgere gli altri, per condividere questa nuova, passeggera realtà che per un pò gli regalerà la possibilità di essere protagonisti ogni giorno, in fondo siamo qui per loro e loro questo lo sanno.
Ogni bambino nasconde una storia, ogni storia suscita emozioni, la maggior parte delle volte sono storie tristi, di abbandoni forzati, di amore negato, una comunità ancorata a tradizioni tribali che non riesce ad accettare le “diversità”, un albino non è figlio di Dio, la nascita di due gemelli non è cosa buona, il figlio di una mamma malata è figlio del diavolo, il risultato di un incesto è inammissibile, e via dicendo… ce ne sarebbero a centinaia di storie da raccontare, storie di una realtà che fa a cazzotti con la nostra, di una comunità che mette al margine i propri figli. E’ così che si riempiono gli orfanotrofi, è così che se qualcuno viene mosso da spirito benevolo e crea una struttura che possa accogliere gli “scansati” viene a sua volta vista con occhio malevolo. Non possiamo farci nulla, è la terra in cui si nasce a dettare le regole, a noi non spettano giudizi di valore ma solo la pura e semplice presa di coscienza della realtà. Mamma Africa è anche questo. Può essere spietatamente ostile con i propri figli.
E ancora li vedi sorridere, senza chiedere nulla in cambio, donarti il più sincero dei gesti, il più puro dei regali, e ti ritrovi a far lo stesso, a ridare un senso all’allegria, a dargli un valore, a scoprire che nel gioco si cresce, a sentirti importante, a ringraziarli di averti riportato a dormire per terra, a usare l’acqua come fosse una risorsa senza sprecarne la minima goccia, a fare l’occhiolino alla luna, a emozionarti nel veder volare un aquilone.

di Emiliano Giacinti

Centro di formazione tessile a Bobo Dioulasso

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Il progetto riguarda la costituzione di un centro di formazione in taglio, cucito e ricamo, nel quartiere di Serfalao, nella città di Bobo Dioulasso. E’ svolto da una cooperativa di 10 donne e rivolto a 12 ragazze.
Previa formazione del gruppo in gestione economica, si darà avvio al centro di formazione in taglio, cucito e ricamo per promuovere il lavoro e l’inserimento delle giovani donne nelle attività lavorative; i prodotti che verranno confezionati saranno successivamente commercializzati in un atelier di cucito nella città di Bobo Dioulasso, atelier della sarta Bondo Zenabo, promotrice del progetto di centro di formazione.

OBIETTIVI:
La frequenza al centro di formazione, oltre a dare un’istruzione funzionale di base che potrà promuovere uno sviluppo culturale ed economico, garantisce alle ragazze un luogo in cui crescere in relazione agli altri.
Il centro, attraverso i corsi di formazione professionale e la promozione di attività economiche, svolge anche un importante ruolo sociale, ponendo un limite al diffuso fenomeno del lavoro minorile, dello sfruttamento giovanile, del degrado sociale e morale che sfocia inevitabilmente nel diffuso fenomeno dei ragazzi di strada. I corsi migliorano il livello di scolarizzazione funzionale, l’educazione morale, civile ed economica; l’accesso al microcredito per la produzione e la commercializzazione di tessuti lavorati a mano, incrementa il livello di sicurezza economica e sociale dei ragazzi e delle loro famiglie, consentendo l’accesso all’autoimprenditoria.

BENEFICIARI DIRETTI:
le 10 donne che insegneranno e le 12 donne che parteciperanno al corso di formazione.
BENEFICIARI INDIRETTI:
le famiglie delle 22 donne e l’intera comunità del quartiere Serfalao di Bobo Dioulasso.
COSTO TOTALE DEL PROGETTO: 7.200,00 €

In cammino per il Burkina Faso

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Nell’ambito della “Prima Giornata Nazionale del Camminare” promossa in tutta Italia da FederTrekking e Ministero dell’Ambiente, Animo Onlus con il patrocinio del Comune di Cerveteri ti invita ad una camminata tra la natura in un percorso meraviglioso che ti porterà fino alle cascatelle di Cerveteri tra boschi, funghi e reperti etruschi.

Il percorso è di circa 9 km totali tra andata e ritorno (tempo stimato 2 ore). Si consigliano scarpe da trekking, acqua e snack. L’appuntamento è il 14 ottobre 2012 alle ore 9:30 presso parcheggio cimitero nuovo di Cerveteri (Rm) durante il percorso i volontari di Animo saranno a disposizione per fornire informazioni su progetti e iniziative dell’associazione.

Per partecipare alla camminata si richiede un contributo volontario di: € 5,00.
I fondi raccolti serviranno a realizzare progetti di carattere sportivo in Burkina Faso.

Info e iscrizioni:
mail a info@associazioneanimo.org
tel. 338.9929673

La Giornata Nazionale del Camminare vuole essere l’occasione per amplificare la sensibilizzazione di istituzioni, associazioni e singoli cittadini, che in molte realtà italiane si stanno “incamminando” nella giusta direzione. Per tutte le iniziative visita il sito www.giornatadelcamminare.org

Burkina Faso, alla ricerca del tempo perduto

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Animo Onlus
L’Africa ti avvolge come gli abbracci istintivi che le mamme riservano ai loro figli davanti ai quali ti viene naturale affidarti e arrenderti. E così è stato per me e il gruppo di volontari che ha partecipato nel settembre appena trascorso al progetto umanitario a favore dei bambini dell’orfanotrofio di Yako nel Burkina Faso, del quale VoiceOver è parte integrante.
Una volta atterrati nella capitale Ouagadougou mi è bastato salire su un taxi in sette per strade polverose in mezzo a un formicaio umano che si sposta con ogni mezzo per scoprire di essere arrivato in un altro mondo, di trovarmi avviluppato appunto tra le braccia di Mamma Africa.
Mi sono accorto di questa diversità soprattutto quando ci siamo spostati a Yako, a circa 100 km dalla capitale dove l’Africa vera, quella incontaminata, ti viene addosso senza chiederti il permesso. Il villaggio è un perfetto presepe in stile batik. Hai la sensazione di vivere un viaggio a ritroso nel tempo e ti rievocano che sei a loro contemporaneo solamente vecchi motorini rumorosi, poche auto scassate, le migliaia di telefonini nelle mani di colore nero della gente e le maglie dei club europei di calcio indossati dai più giovani.

Ai lati di strade polverose di terra di un rosso accesso quando rischiarate dal sole inciampi nella vita degli uomini che abitano qui. In mezzo ad una vegetazione esuberante e rigogliosa con alberi pieni di foglie di un verde intenso, quasi innaturale, incontri gente che si muove in continuazione con carrettini trainati da muli, biciclette piene di sacchi, carriole con sopra terra o legna. Non è inusuale che gli uomini camminino scalzi quasi per non perdere il contatto con la Madre Terra. Tutto avviene fuori a case per lo più simili a baracche realizzate con mattoni fangosi e tetti in paglia o lamiera. Si lavora, si cucina, si socializza in strada. Solo l’amore è dispensato in pubblico. Ma credo se ne faccia tanto vista la grande quantità di figli che si aggirano in gruppetti per le vie di Yako. I negozi vendono ogni cosa e a volte in maniera bizzarra. Puoi trovare il gommista che vende polli cotti su improbabili braci, il sarto che ti offre tra i vestiti sapone a scaglie, il barista che vende bevande salmastre insieme a bottiglie di gasolio.
In questa colorata atmosfera le mie narici sono invase da un odore di legna bruciata mischiato a vampate di tanfo, provenienti dall’immondizia sparsa per terra quasi a simbolo della povertà del posto.
La vita degli abitanti di Yako è ritmata dalle leggi della natura, dalla luce del sole e dal ritmo delle stagioni. Gli uomini si alzano presto la mattina in cerca di fortuna che altro non è che la ricerca di un lavoro giornaliero, sono poche le persone che hanno una professione stabile. Si lavora prevalentemente nei campi e la paga giornaliera è molto spesso solamente il pasto che il datore di lavoro ti concede comprendendo anche la famiglia al seguito. Una volta arrivata la sera, si va a dormire attendendo un nuovo sole per ricominciare il giorno dopo allo stesso modo. La stessa danza per tutta la vita. Davanti a questa realtà a me nuova e ingenuamente bucolica, i miei occhi non possono che sorridere e le mie mani salutare questi nostri fratelli che a loro volta contraccambiano calorosamente perché qui si usa così.

È innegabile la percezione di visitare un paese povero mentre con la nostra jeep passiamo tra le strade del villaggio. Lo senti nelle viscere che stai attraversando un luogo che conosce ogni giorno fame, malattie e sofferenze inaudite, dove è molto facile cadere sulla morte mentre sei distratto ad osservare la vita che scorre lenta, scandita dal ritmo del sole. Ed è una sensazione che fa male e che ti fa provare impotenza. Cosi come disarmano le pance dure come le pietre dei bambini malnutriti e sporchi che incontri per strada o negli orfanotrofi. Ma nello stesso tempo sei rassicurato dai visi delle persone che sono sereni e fieri perché pienamente assorbiti in una dimensione naturale che li accompagnerà per tutta l’esistenza.
L’errore più grande che si può commettere davanti a questa loro diversità è giudicare con le nostre categorie valoriali, con la nostra prosopopea occidentale. C’è bisogno di rispetto per questa loro vita che è semplicemente “altra”, né diversa né inferiore.
La via verso la felicità in Burkina Faso è legata indissolubilmente al soddisfacimento dei bisogni primari: fisiologici e di sicurezza personale e parentale. La qualità della vita non è certo misurata sull’asse temporale anche perché qui la morte non è esorcizzata ma è parte integrante del brutale gioco del vivere.
A differenza delle società a capitalismo avanzato, l’Africa ti dà la possibilità di intravvedere con maggiore chiarezza la struttura e le radici della nostra esistenza, il senso profondo del nostro cammino nel mondo essendo la sua cultura per lo più scevra di sovrastrutture consumistiche, di bisogni secondari che siano essi affettivi, relazionali o d’affermazione del sé nei quali invece noi nuotiamo a volte perdendoci.

Questa terra arsa dal sole mi si è presentata come l’altra parte della luna, quel tempo perduto delle nostre esistenze che le società in cui viviamo in occidente hanno saputo solamente celare ma non cancellare del tutto essendo esso stesso parte di noi. L’Africa è un termine di paragone, una cartina di tornasole sulle degenerazioni del nostro sistema economico e sociale. Una spina nel fianco da eludere perché rappresenta ciò che saremmo potuti essere se il nostro progresso fosse rimasto in qualche modo legato alla tradizione contadina, al contatto con la natura come auspicava Pierpaolo Pasolini nella sua denuncia contro il consumismo quale massimo responsabile della distruzione di un mondo «reale», trasformato in una totale «irrealtà». Un “mondo antico” che ti porta a riflettere sui concetti di benessere, consumo, crescita e tecnologia che per noi occidentali sono naturali e gratuiti come lo scorrere dei fiumi. E invece come afferma Michele Serra “questa credenza in cui si basa tutto il nostro quotidiano, tutta la nostra politica è scientificamente assurda, irrazionale come la più arcaica delle superstizioni”. E per di più, rende “scelleratamente occulti i costi, i guasti, i rischi di un sviluppo che poggia, invece, su un prelievo sempre più massiccio e scriteriato di risorse limitate”.
Di fronte al precipizio morale ed economico noi occidentali dalla pancia piena abbiamo paradossalmente molto da imparare da questo ossimoro che è il popolo africano: affamato e appagato nello stesso tempo. L’Africa è un cammino nell’anima, uno stato mentale nuovo che acquisisci e che inesorabilmente ti cambia perché scopri ciò che ti manca. Ma queste considerazioni non possono esimerci dalle nostre responsabilità. Le distorsioni del nostro sistema produttivo e le sofferenze sovrastrutturali che viviamo e che sono il pane di psicanalisti e di sciamani con partita iva fortunatamente non giocano a dadi con la morte. Per questo motivo abbiamo il dovere morale di aiutare questi popoli che soffrono materialmente. Deve essere solo questo l’imperativo categorico che ci anima e porta ad impegnarci per la loro emancipazione. Ma sia chiaro, deve essere un aiuto non intrusivo, non colonizzatore. Sarebbe altrimenti un crimine. Si rischierebbe di affondare uno degli ultimi luoghi in armonia con la natura, forse l’ultimo pezzo di terra ancora non invaso dal fumo grigio dell’omologazione di massa e dal magma informe della più moderna globalizzazione.

di Gianfranco Marcucci

Progetto Misola – “Insieme possiamo fare un sacco”

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Progetto Misola

SETTORE DI INTERVENTO: ALIMENTARE

PAESE:BURKINA FASO

VILLAGGIO: YAKO (Orfanotrofio Wend Mib Tiri)

SINTESI

a seguito della relazione dei volontari in missione umanitaria all’Orfanotrofio Wend Mib Tiri di Yako, di settembre 2011, si è riscontrata una vera e propria emergenza sanitaria derivante dalla malnutrizione. I due medici presenti nell’ultima spedizione hanno accertato attraverso visite specialistiche e adottando i protocolli dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, uno stato di cattiva e insufficiente alimentazione da combattere con somministrazioni controllate di cibi altamente proteici e nutritivi come la Misola, una farina composta con prodotti locali come il miglio, arachidi, arachidi arricchita da vitamine e Sali minerali. Due pasti al giorno per 15 giorni costituiscono una cura per combattere la malnutrizione e di conseguenza le malattie da essa derivate, offrendo un valido aiuto alla lotta contro la fame. Perché sia efficace è bene ripetere il ciclo più volte durante l’anno.

OBIETTIVI

Far fronte a questa emergenza alimentare predisponendo un progetto di autosufficienza alimentare che possa rendere autonoma la struttura nel medio periodo attraverso un programma di coltivazione in loco di colture sotto la supervisione di un agronomo. Nell’immediato l’obiettivo è quello di sconfiggere la malnutrizione nell’Orfanotrofio con aiuti alimentari che riescano a soddisfare l’esigenze alimentari dell’orfanotrofio per tutto il 2012.

MODALITA’

l’acquisto e la somministrazione di circa 800 Kg di Misola da recapitare e distribuire all’Orfanotrofio in 4 step distanti circa tre mesi l’uno dall’altro.

BENEFICIARI DIRETTI 40 bambini dell’Orfanotrofio Wend Mib Tiri di Yako

BENEFICIARI INDIRETTI Il villaggio di Yako

COSTO COMPLESSIVO: 3.800,00 €

FONDI RACCOLTI: 3.800,00 €

MODALITA’ DI RACCOLTA FONDI:

Per raccogliere fondi da destinare al Progetto Misola 2011 Animo ha lanciato una campagna di cartoline regalo per natale’11.

La cartolina dalla simbolica forma di un sacco di farina è stata venduta al costo minimo di 5 € (l’equivalemnte di ca. 2 kg di Misola)

Durante il periodo di Natale e soprattutto nella serata di presentazione del progetto Animo ha raccolto l’intera cifra prevista.

IL PROGETTO E’ IN CORSO D’OPERA, AL MOMENTO I RISULTATI RAGGIUNTI DOPO DUE STEP DI CONSEGNA DELLA FARINA SONO A DIR POCO ENTUSIASMANTI. AL RITORNO DALLA MISSIONE DI MAGGIO NON RISULTA NEANCHE UN BAMBINO DEI 40 OSPITI DELL’ORFANOTROFIO CHE SOFFRA DI MALNUTRIZIONE.

IL PROGETTO PER CONSIDERARSI CONCLUSO HA BISOGNO DI DUE ULTERIORI STEP DI CONSEGNA: AGOSTO 2012 – NOVEMBRE 2012

IL PROGETTO IN CIFRE:

CARTOLINE VENDUTE: 921

FONDI RACCOLTI: € 5.075,00

COSTI SOSTENUTI: € 1.247,00

TOTALE FONDI DONATI: € 3.828,00

L’Africa e la cattiva cooperazione

633 270 Animo

Animo Onlus
La migliore cooperazione possibile per aiutare l’Africa sarebbe il ritiro immediato del Nasara, l’“uomo bianco” nel dialetto Mossì, dal continente. In attesa di questo esodo biblico che porrebbe fine all’oltraggioso sfruttamento economico di cui i popoli africani sono violentemente oggetto da secoli, noi che viviamo da quest’altra parte della luna non possiamo certo voltare lo sguardo fingendo nulla.
L’intera Africa sta attualmente vivendo una crisi drammatica. Carestie, epidemie e guerre sono all’ordine del giorno e l’allarme è continuo in molte zone. Per farsi un’idea del disastro attualmente in corso consiglio di visitare il sito web www.emergenzaafrica.it. Bisogna intervenire e in verità tutto l’universo multiforme della cooperazione internazionale lo sta facendo senza riserve seppur indebolito dalla forte crisi economica che sta interessando tutto l’occidente.

Il dubbio che qui si pone riguarda più che altro la strategia d’intervento. L’approccio giusto dovrebbe mirare a una cooperazione riparatrice più che rivelatrice. Si dovrebbe aver cura solamente di risolvere i problemi contingenti e predisporre le fondamenta per una rinascita socioeconomica accogliendo le richieste delle popolazioni locali senza porre limiti o veti di natura tecno-economica a tali richieste.
Al contrario buona parte della cooperazione si muove ancora in maniera militante con la speranza, il più delle volte involontaria, di lavorare per favorire/imporre alle popolazioni africane il nostro modello di sviluppo e i nostri stili di vita. Mi raccontava qualche giorno fa una mia amica appena di ritorno dal Burkina Faso che la direttrice dell’orfanotrofio in cui era in visita possedeva un computer donatole da qualche organizzazione umanitaria. La signora lo teneva acceso tutto il giorno (anche la notte) anche se ci lavorava pochissimo non conoscendo la maggior parte dei software. Tale spreco contribuisce ad aumentare il costo della bolletta elettrica che ogni mese l’orfanotrofio fatica a saldare. È giusto fornire questo genere di strumenti senza un’adeguata formazione tecnica? Non è una violenza? Non è un atto teso a diffondere il nostro modello di sviluppo a popolazioni che forse per storia e cultura avrebbero maturato un’altra via di progresso?

Al di là di questo piccolissimo esempio questo genere di cooperazione perpetra sotto mentite spoglie l’imperialismo che fino ad oggi ha contribuito a distruggere la cultura e l’economia africana. Fortunatamente in Africa sono presenti ancora villaggi che vivono esperienze comunitarie in un rapporto diretto e forte con i cicli della natura, la quale non è rimossa e deturpata come qui in occidente, ma è elemento centrale e irrinunciabile della vita sia quando è benigna sia quando è maligna. Questo mondo non ancora compromesso del tutto con il capitalismo globalizzato deve tornare libero e decidere da solo il suo destino. La buona cooperazione anziché omologare dovrebbe favorire autonomamente questo processo virtuoso di emancipazione sociale, economica e politica. Anche perché, ad esser franchi, i nostri metodi di produzione inquinanti, gli assurdi stili di vita che proponiamo e l’idea di benessere basata sul denaro sono tutto fuorché un esempio di civiltà da esportare.

di Gianfranco Marcucci

La diga di Pilimpikou

633 291 Animo

Pilimpikou

SETTORE DI INTERVENTO: IDRICO
PAESE: BURKINA FASO
VILLAGGIO: PILIMPICOU

Il progetto consiste nella realizzazione di un barrage (sbarramento o diga in corrispondenza di un corso d’acqua) per la formazione di un bacino in grado di garantire l’approvvigionamento d’acqua ai fini agricoli oltre il termine della stagione delle piogge.

La conformazione particolare del terreno risulta essere molto adatta per la realizzazione di un barrage, in quanto si riscontra la presenza di un bacino naturale, definito dai pendii delle colline circostanti e da una leggera gola, addirittura già visibile ad occhio nudo.

Il presente progetto si intende completo di tutte le opere per la gestione ottimale dei flussi d’acqua (deversoir o canale scolmatore, dighette laterali) e per la sicurezza e durabilità dell’opera (realizzazione delle appropriate fondazioni e rivestimento in laterite dello sbarramento.

Viene inoltre proposta e contabilizzata la realizzazione di una presa d’acqua per l’irrigazione dei terreni retrostanti: la realizzazione di tale opera, del costo approssimativo di 12.000 euro, deve essere decisa preliminarmente in quanto ne è impossibile la costruzione successiva.

Fa inoltre parte integrante del progetto la realizzazione di un COGES (Comitato di Gestione locale) che cura la distribuzione delle terre agli agricoltori e gestisce la risorsa idrica per allevatori e pescatori in cambio di una tariffa annuale che va a realizzare un fondo per le manutenzioni straordinarie.

Il presente progetto prevede la realizzazione solo delle opere strutturali del barrage e la creazione del COGES: pur se considerata integrante il progetto, non ne fa parte in questa sede la realizzazione di uno staff composto da tecnici sia locali che italiani di supporto ai beneficiari dell’opera che, attraverso un percorso formativo dei fruitori, sia in grado di massimizzare la ricaduta economica e sociale dalla realizzazione dell’opera sull’intera comunità, realizzando dei corsi di formazione nei seguenti ambiti:

• Ambito agronomico;

• Ambito zootecnico;

• Ambito formativo e professionale;

• Ambito economico e gestionale;

• Ambito commerciale;

• Ambito sanitario;

• Ambito scolastico.

Tali corsi, il cui progetto sperimentale è in corso di realizzazione presso i villaggi di Bassi e Zanga, faranno parte di successive fasi di intervento e l’importo non sarà presente all’interno di questo progetto.

Obiettivi:

Incrementata la sicurezza alimentare;

Diminuito il fenomeno dell’emigrazione dal villaggio.

Beneficiari diretti: E’ estremamente difficile stimare il bacino di beneficiari di una simile struttura.

Per la determinazione del numero di beneficiari diretti dalla realizzazione del barrage, divisi tra agricoltori, allevatori e pescatori, viene calcolato, in base ad interventi già eseguiti (Bassi e Zanga), un numero pari a 120 operatori diretti nei settori dell’agricoltura e 30 nel settore dell’allevamento, provenienti anche dai vicini villaggi.

La pesca viene considerata un’integrazione ai redditi derivanti da agricoltura ed allevamento.

A questo si somma un circa 15 ÷ 20% di indotto, tra proprietari terrieri ed operatori del commercio sia di sementi che di prodotto finito, artigiani per la realizzazione di mezzi ed attrezzi agricoli, per un totale di circa 200 operatori.

Considerando una media di 10 persone per famiglia tra gli agricoltori (nelle statistiche viene riportato 7 persone, ma in aree a vocazione agricola la media è superiore mentre in ambiti cittadini è inferiore), mentre tra gli allevatori la proprietà familiare di una mandria può essere valutata in circa 20 persone, in totale il numero di beneficiari diretti ed indiretti è stimato in circa 2.000 ÷ 2.500 persone.

Questi dati potranno essere definitivi solo dopo il rilievo dell’area, a seguito della definizione dell’esatta estensione del bacino e quindi del numero di agricoltori ed allevatori che verseranno la somma al COGES.

Infatti nel caso in esame il bacino è delimitato da colline talvolta rocciose e questo, pur presentando una superficie maggiore di quella di Bassi e Zanga, presenta una maggiore quota di superfici non coltivabili per la presenza di terreno granulare o talvolta roccioso.

Non riscontrandosi tuttavia la presenza di altri bacini nell’area circostante (a differenza di Bassi e Zanga), questo può dar luogo a fenomeni di speculazione da parte dei più abbienti della regione, che, data la presenza d’acqua, possono venire ad investire nel bacino, causando fluttuazioni dei prezzi dell’affitto dei terreni.

Beneficiari indiretti:

Costo complessivo: 100.000,00 €

Fondi da ricercare: 100.000,00 €

 

PROGETTO DA FINANZIARE

 

NEL MESE DI MAGGIO 2012 UN’EQUIPE DI ANIMO ONLUS HA EFFETTUATO IL SOPRALLUOGO, RACCOLTO DATI E TESTIMONIANZE DALLA COMUNITA’ E INCONTRATO L’INGEGNERE IL QUALE HA CONSEGNATO IL PREVENTIVO COMPLETO PER LA REALIZZAZIONE DEL BARRAGE NEL SUO COMPLESSO.

LE FOTO SONO STATE SCATTATE DURANTE IL SOPRALLUOGO